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BIT LA RESA
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2006 - Fondazione Adriano Olivetti, Rome
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TESTO CRITICO DI RAFFAELLA GUIDOBONO Ispirata dal corrente tema novecentesco del Festival FotoGrafia di Roma, Caterina Nelli (Roma, 1979) affianca due lavori nati nell’arco di pochi mesi entrambi eloquenti rispetto all'osservazione del momento storico. Per non incorrere nelle tematiche consumismo turismo e memoria che questa edizione del Festival vede predominanti, involuzione ed evoluzione si rincorrono nel lavoro corposo costituito da serie formalmente distanti ma create sotto l'egida della stessa ricerca personale a rimarcare l’urgenza di comunicare. Nel formulare un pensiero rispetto a quanto realmente abbia prodotto il secolo appena trascorso, l'artista ha deciso di optare per una prospettiva estetica sullo stato allarmante delle cose. Pragmatismo in favore di qualsiasi ideologia è la cifra che emerge quasi a voler lanciare un segnale spiazzante ed esteticamente insospettabile, ma che denuncia con forza come l'avanzamento della tecnologia sia inversamente proporzionale ai sistemi di gestione dei problemi sociali politici e naturalmente militari. A partire dal mezzo prescelto ci troviamo di fronte al paradosso dell'antico Foro Stenopeico utilizzato per la serie BIT in un dialogo inaspettato con la casualità dell’autoscatto nel reportage La Resa: scatti eseguiti quasi d'istinto con la Leica in una sorta di performance ideata per autoritrarsi, con l'ironia semiseria istintiva e liberatoria di una bandiera bianca affiorante da escursioni in giro per l’Italia. L'artista non rappresenta una disfatta ma semmai porta alla luce il desiderio di cambiare, la volontà di cessare il conflitto che attraversa tutti gli strati sociali; chiede di sospendere l'arroganza diffusa e l'esasperazione dei rapporti personali e, allo stesso paradigmatico livello, sogna di distendere le relazioni internazionali. La riflessione è incandescente e produce in silenzio un velo sottile di polvere sui computer degli ultimi quarant'anni, scovati in varie location tra cui i magazzini di Cinecittà e il Museo Olivetti a Ivrea, sicchè la Fondazione Adriano Olivetti a Roma è stata accuratamente scelta per la mostra. Lentamente riemersi dalla posa di cinquanta secondi del microscopico foro di pochi decimi di millimetri su pellicola collocata dal lato opposto della scatola nera, i processori svelano le loro forme placide di monitor console e tastiere, inermi, al nostro servizio. Ne scaturiscono venti fotogrammi di cui cinque di grande formato con altrettante immagini calate nel buio quadrato di una camera oscura contemporanea. Apparentemente innocui rimandano per l'esattezza a metà del XIX secolo per la sua scoperta, la carta Berger e la stampa aumentano la patina in cui è immerso tutto il progresso dentro un ecosistema che sta degenerando, quasi fosse in trincea e lanciasse un appello. Stampate su teli militari di lino altre elaborazioni fotografiche figurano come stendardi, dichiarano un oggettivo legame fra i due lavori e sanciscono la necessità di maggior connessione sul pianeta per svegliarsi dall'abisso del torpore. Se possibile ancora più intimo dell’immediatezza insita nella Resa, il linguaggio della pittura diventa l’imprevisto fulcro della rappresentazione. Soltanto due tavole di diverso formato si accostano alle foto. Ancora una volta basato sulla cifra del rispetto, il dialogo tra la materia e la fotografia è coerente e contemporaneo, quanto la colonna sonora dei Kraftwerk per nulla casuale ma cercata per stabilire nuovi criteri di fruizione dell’opera. Il ritmo dell’affanno si bilancia con l’ironia e sdrammatizza quanto serve. |
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